Accessibilità Universale: misurare ciò che un edificio permette davvero di fare
Del patrimonio immobiliare sappiamo misurare consumi, emissioni e costi di gestione. Sull'accessibilità, invece, disponiamo ancora raramente di dati strutturati, confrontabili e utilizzabili nelle decisioni del real estate. E ciò che non si misura tende a non entrare nelle scelte di investimento.
Per anni l'accessibilità è stata misurata soprattutto attraverso la conformità. Sapere se una porta ha la larghezza prevista o se un servizio igienico rispetta i requisiti è indispensabile, ma non racconta l'esperienza complessiva: un percorso può essere a norma e passare dal retro, separato da quello di tutti gli altri. L'Accessibilità Universale, che discende dall'Universal Design, ha un obiettivo più ampio: permettere al maggior numero possibile di persone di usare lo stesso spazio, con la stessa qualità di esperienza e senza soluzioni separate. Le norme UNI CEI EN 17210 e UNI EN ISO 21542 offrono un riferimento tecnico condiviso, ma i pochi strumenti di valutazione disponibili mostrano due limiti. Spesso valutano l'edificio per categorie di persone o di disabilità, riproducendo la logica delle soluzioni dedicate. E sintetizzano il risultato in una media, che non dice dove e perché l'edificio esclude e lascia che una barriera grave sia compensata da aspetti positivi minori.

DALLA RICERCA A UN NUOVO SISTEMA DI VALUTAZIONE
È una questione su cui lavoro da anni. Dalla mia ricerca di dottorato, svolta al Politecnico di Milano e all'IDeA Center della University at Buffalo, è nato Design for All A.U.D.I.T., uno strumento di valutazione prestazionale che analizza edifici e progetti secondo criteri e indicatori di Universal Design. Il sistema che Inclusiva Design sta sviluppando ne è l'evoluzione e cambia la domanda: non per chi è accessibile l'edificio, ma che cosa permette di fare. Gli esiti d'uso valutati sono quattro:
Accesso e uso: raggiungere, entrare, muoversi e usare spazi e servizi in autonomia.
Orientamento e comprensione: capire dove ci si trova, dove andare e cosa succederà.
Comfort e scelta: stare nello spazio in condizioni adeguate, potendo scegliere o adattare qualcosa alle proprie esigenze.
Partecipazione e inclusione: prendere parte all'attività con pari dignità, senza esclusioni o soluzioni stigmatizzanti.
A questi si affianca la governance, perché l'Accessibilità Universale non si acquisisce una volta per tutte con il collaudo: basta un ascensore fuori servizio per settimane a perderla. Per questo il sistema valuta manutenzione, competenze del personale e gestione delle segnalazioni.
Ogni esito è letto ambiente per ambiente, perché i bisogni cambiano tra un ingresso e una sala d'attesa. Alcune carenze, inoltre, non possono essere compensate dal resto: se manca una condizione essenziale per accedere o mettersi in sicurezza, anche in emergenza, il risultato complessivo resta limitato.
OLTRE CIÒ CHE SI VEDE IN PLANIMETRIA
Alcune barriere non hanno una misura in centimetri: il rumore di una sala d'attesa, una segnaletica incoerente, l'assenza di un luogo in cui fermarsi. Non violano alcuna norma, ma escludono persone neurodivergenti o con disabilità cognitive, chi invecchia, chi non parla la lingua. Renderle visibili richiede indicatori su prevedibilità, carico sensoriale e possibilità di sosta.
Se serve andare oltre la verifica tecnica, il sistema può integrare l'esperienza di chi usa lo spazio, raccolta in forma proporzionata al contesto: spesso bastano le segnalazioni e i feedback che la struttura già riceve. Dove i due dati divergono emergono barriere che la verifica tecnica da sola non rileva.
DAL PUNTEGGIO ALLE EVIDENZE
Rispetto ad A.U.D.I.T., nato in ambito di ricerca e applicato soprattutto in sanità, questa evoluzione è pensata per edifici con destinazioni d'uso diverse, con tempi e costi sostenibili e risultati leggibili da chi decide, restando fondata su una ricerca pubblicata su riviste scientifiche internazionali. Il nuovo sistema entra ora in una fase di sperimentazione su casi pilota, aperta alle organizzazioni interessate.
Per chi possiede e gestisce patrimoni immobiliari, valutare così significa raccogliere dati confrontabili nel tempo, identificare con precisione le priorità di intervento, sostenere la componente sociale dei report ESG con indicatori misurabili e comunicare con trasparenza il livello di accessibilità di un edificio o di un servizio. Per il settore la sfida non è attribuire l'etichetta di edificio inclusivo, ma capire dove e perché un ambiente funziona per una pluralità di persone, dove genera esclusione e quali interventi possono migliorarlo.
Ma misurare non basta: misurare male può restituire un'illusione di inclusione. Valutare l'Accessibilità Universale significa costruire dati abbastanza rigorosi da orientare chi progetta, chi investe e chi gestisce, senza pretendere che un punteggio descriva interamente l'esperienza delle persone. Un edificio che si può raggiungere, capire e vivere senza chiedere aiuto restituisce autonomia a chi lo usa e valore a chi lo possiede.
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICIMosca, E. I., & Capolongo, S. (2018). Towards a Universal Design Evaluation for Assessing the Performance of the Built Environment. Studies in Health Technology and Informatics, 256, 771–779. https://doi.org/10.3233/978-1-61499-923-2-771
Mosca, E. I., White, J., Steinfeld, E., & Capolongo, S. (2022). Designing Hospitals Through the Lens of Universal Design. An Evaluation Tool to Enhance Inclusive Healthcare Facilities. Studies in Health Technology and Informatics, 297. https://doi.org/10.3233/SHTI220857
Mosca, E. I., & Capolongo, S. (2023). Design for All A.U.D.I.T. (Assessment Universal Design & Inclusion Tool). A tool to evaluate physical, sensory-cognitive and social quality in healthcare facilities. Acta Biomedica, 94(S3), e2023124. https://doi.org/10.23750/abm.v94iS3.14288